I dimenticati e El camino de San Diego
I dimenticati (Sullivan’s Travels) è un film del 1941 diretto da Preston Sturges, autore di un paio di classici della commedia come Lady Eva e Il grande Mcginty. John Sullivan è un regista di successo,ma in seguito ad una crisi di coscienza decide di travestirsi da vagabondo per poter girare un film (il cui titolo verrà poi usato dai Cohen in Fratello dove sei) sulla povera gente. Cambierà idea, ma incontrerà l’amore. La dedica all’inizio del film, i vari siparietti e le citazioni indicano chiaramente che si tratta di un omaggio a quel cinema popolare che per decenni ha fatto divertire ingenuamente il pubblico, e lo stesso Sturges afferma che ha fatto il film contro quei registi che si prendevano troppo sul serio e finivano per diventare dei predicatori. Ma paradossalmente il finale e la morale del film sembrano seguire proprio la miglior tradizione di Chaplin e Capra, e Sturges usa il suo sarcasmo anche in direzione dello studio system e del cinema disimpegnato. E malgrado ci sia sempre ironia anche nelle scene apparentemente più drammatiche, il film con i suoi contrasti e la ricerca d’identità del regista diventa comunque un viaggio in una America che ancora risentiva degli effetti della Depressione.
El camino de San Diego è invece un film del 2006 di Carlos Sorin, conosciuto soprattutto per il suo film El Perro. Un povero giovane di uno sperduto villaggio, grande fan di Maradona, trova un giorno nella foresta la radice di un albero vagamente somigliante al suo idolo. Dopo aver appreso che l’ex calciatore è a Buenos Aires, decide di affrontare una lunga avventura per portaglielo di persona. Sorin continua il suo viaggio nella povera gente dell’Argentina attuale, ma El camino si rivela decisamente più evocativo del film precedente, anche per l’apporto di elementi presi dal realismo magico, come la radice, che nella sua fantasia diventa l’immagine del suo campione, la chiromante, il giovane che sembra chiamato dal destino ad affrontare l’impresa. E naturalmente,Maradona, che nella tragicità della sua condizione diventa una figura mitica, irraggiungibile.
Il Maestro e Margherita
Il Maestro e Margherita è prima di tutto un’opera di un artista profondamente tormentato, come Kafka e Gogol. L’idea originale risale al 1928, quando Bulgakov scrisse un racconto satirico su una strana visita del diavolo a Mosca, ma come alcune opere dei suoi illustri predecessori il manoscritto venne distrutto dal suo autore. A metà anni 30 Bulgakov riprese la novella, ampliandola notevolmente e sottoponendola a continue revisioni fino alla sua morte, avvenuta nel 1940. La prima (censurata) pubblicazione in Russia non avverrà che a metà anni 60, ma si dovrà attendere un altro ventennio per vedere finalmente pubblicata in URSS l’edizione originale. La prima parte del romanzo è essenzialmente una nuova versione del racconto originale: forse evocato da un’ardita affermazione di un letterato ateo, che nega l’esistenza di dio e del demonio, il diavolo in persona, accompagnato da un a dir poco pittoresco seguito, si rende protagonista di una serie di grotteschi eventi di cui sono vittima figure importanti della burocrazia e dell’arte russa. In questi episodi Bulgakov effettua una feroce satira della società contemporanea, destinando gli eletti del regime (sotto mentite spoglie per i nomi inventati) al ridicolo pubblico, all’internamento, alla morte. L’autore inoltre ambienta il libro in una Mosca descritta precisamente ma al tempo stesso splendidamente surreale, come la Pietroburgo di Bugaev, e dominata da simboli espressionisti come il teatro, il mago, il sogno, la follia. La prima parte del Maestro e Margherita contiene inoltre il processo e la condanna a morte di Jeshua (Gesù in aramaico) da parte di Ponzio Pilato, il quale sarà presente anche in altri capitoli nel secondo libro. Questi racconti su Cristo e il procuratore della Giudea, non aderenti ai vangeli ufficiali, sono stati variamente discussi della critica, anche perché Bulgakov era un cristiano (benchè ortodosso) in un stato ateo. Certamente si tratta di un’allegoria, ma la psicologia delle figure bibliche presenti, come d’altronde la morale del libro, è ambigua, forse volutamente. Nella visione del mondo dell’autore, in cui il bene e il male sono decisi arbitrariamente, non rimane altro che annullarli in una fantasia irrazionale in cui Dio e il Demonio collaborano per trasfigurare una tragica realtà.E’ probabile che si tratti anche di una discussione sulla difficoltà di tramandare correttamente la cultura, sia per quanto riguarda l’artista nel regime sovietico, che si trovava sempre in pericolo di essere censurato, sia per quanto riguarda il messaggio di Cristo (Jeshua stesso, ancora in vita, afferma che gli scritti su di lui sono inesatti). D’altronde, e il finale sembra confermarlo, è chiaro che esiste una sorta di legame autore-personaggio tra Bulgakov e Ponzio Pilato.
Il secondo libro introduce invece le peripezie del Maestro, scrittore ed autore del racconto sulla passione di Gesù che ha personalmente distrutto dopo la mancata pubblicazione, e la sua innamorata Margherita, moglie di un membro dell’alta società russa. In questa seconda parte, che procede parallelamente e poi si congiunge con le malefatte del diavolo e dei suoi compari, Bulgakov continua a decostruire la tradizione letteraria e a introdurre elementi fantastici (mutuati dai romanzi di Ernst Hoffmann), in particolare durante il volo di Margherita e la straordinaria scena del ballo, surreale successione di maschere degna del Poema senza Eroe. Il Maestro sembra, dagli elementi autobiografici, chiaramente l’autore, ma è anche una figura stranamente di secondo piano rispetto a Margherita, la quale riuscirà a salvare il maestro tramite un patto con il demonio, in una misteriosa rievocazione inversa del Faust. Il finale, una sorta di visione mistica degna di Bosch, riserva la redenzione anche a Ponzio Pilato, ma i due protagonisti semplicemente si dirigono verso il loro eterno rifugio, ormai liberi.
New Books
Sto mese l’ho dedicato al cinema.. cosi ho preso 5 volumi della serie Conversations with Filmmakers (Tarkovsky, Angelopoulos,Renoir,Fellini, Yimou) e il libro di Lotte Eisner Fritz Lang che analizza tutti i film del grandissimo regista. Per finire, un libro che volevo prendere da tempo: Canti del Caos di Moresco.
La duchessa di Langlais e Il Corridoio della Paura
La duchessa di Langlais, tratto da una novella di Balzac, è l’ultimo film di Jacques Rivette, regista della new wave e autore di diversi classici del cinema francese. Il colonello Armand è appena tornato da un viaggio particolarmente avventuroso, attirando cosi l’attenzione della società parigina, in particolare della duchessa di Langleis. Quello che sembra un semplice incontro con una nobile annoiata diventerà per Armand un tragico amore, dal quale non sarà facile liberarsi. Il romanticismo della novella, ambientata nel periodo della restaurazione e come di consueto incentrata nello studio della consuetudini dell’epoca, diventa l’epicentro dal quale l’autore sviluppa una delle sue tematiche preferite , il contrasto/dialogo tra un uomo e una donna come amara meditazione sull’esistenza, di cui massimo esempio è uno dei suoi capolavori La Bella Mentirosa. Come quest’ultimo, e malgrado la straordinaria cura nella ricreazione degli ambienti della novella, c’e quasi sempre una sensazione di distacco, di indifferenza, come se l’autore volesse continuamente ricordarci che siamo di di fronte ad una costruzione intellettuale e non alla realtà.
Shock Corridor (il corridoio della paura) è invece un vecchio classico del cinema americano del 1963. Un reporter, ansioso di risolvere un caso d’omicidio in modo da poterci scrivere un articolo per vincere il premio Pulitzer, decide di inscenare un amore morboso per la sorella (in realtà la sua fidanzata) per farsi rinchiudere nella clinica psichiatrica dove è avvenuto l’assassinio. Ma l’indagine si rileva ben più complessa del previsto. Il regista Samuel Fuller usa la struttura classica dell’inchiesta giornalistica e del giallo per trasformare il corridoio dei pazienti in una galleria degli orrori americani , facendo impersonare, non senza l’enfasi e la retorica di quei tempi, ai tre ricoverati che il protagonista interroga, la guerra, il razzismo, la bomba atomica. Le intenzioni didascaliche dell’autore sono comunque inserite in un grottesco contesto psicologico degno di Hitchcock e la lenta discesa verso la follia del giornalista è resa con una cinematografia particolarmente creativa per un film di Hollywood, in particolare per quanto riguarda lo stile delle riprese,influenzato dalla new wave, e le scene oniriche.
Verso la libertà
Ho finito il romanzo Verso La libertà. La trama, la quale narra della breve relazione tra un aristocratico dalle ambizioni artistiche e una modesta insegnante di canto, è già di per sé una severa rappresentazione del “vuoto di valori” della Vienna di fine secolo, ma il vero epicentro dell’opera di Schnitzler è la descrizione corale della vivace borghesia ebraica del tempo, in particolare per quanto riguarda i suoi rapporti con la società austriaca, l’utopismo socialista e zionista, il conflitto generazionale tra padri e figli, la ricerca di un’identità. L’austero realismo dell’affresco sociale e l’attenta caratterizzazione psicologica dei personaggi, nonché le continue riflessioni dei personaggi sull’esistenza e sull’arte ricordano sicuramente i grandi scrittori dell’ottocento, di cui Schnitzler è affascinante erede. Ottima la postfazione di Giuseppe Farese, che oltre a commentare lo scritto ne ricostruisce la genesi con gli stessi appunti dell’autore.
Hard-Boiled Wonderland and The End of the World
La fine del mondo e il paese delle meraviglie narra a capitoli alternati apparentemente di due universi opposti: Il primo tipicamente sci-fi in cui il protagonista è stato sottoposto a sua insaputa ad un esperimento per nascondere nella sua coscienza importanti informazioni della megacorporazione per cui lavora; Il secondo surreale in cui un giovane che è appena arrivato in un solitario paese al di fuori del quale non sembra esistere nulla. Ma in realtà le due storie e i due protagonisti senza nome hanno una precisa e particolare connessione. In questa ambiziosa opera scritta nel 1991, Murakami tratteggia una struttura perfettamente postmoderna, decostruendo i luoghi comuni e lo stile del cyberpunk (un giovane coinvolto in una vicenda più grande di lui, la visione pessimistica del futuro della società e della tecnologia) e del racconto poetico (il protagonista e i pochi comprimari impegnati in attività profondamente simboliche, un mondo interamente immerso nella natura) per creare la simmetrica rappresentazione di un continuo contrasto interno ed esterno, di una coscienza finalmente destinata a dissolversi nel proprio io.
A Minor Apocalypse
Ambientato in un futuro non meglio precisato, A Minor Apocalypse narra l’ultimo giorno di un vecchio scrittore polacco, spinto dagli amici attivisti a darsi fuoco davanti al palazzo per protestare contro la definitiva unione della Polonia con l’Urss. Ma nonostante ormai egli detesti la propria esistenza, non è sicuro di volersi sacrificare per la causa. Scritto nel 1979, il romanzo di Tadeusz Konwicki, ottantunenne scrittore e regista polacco, è un resoconto grottesco e in parte autobiografico dell’ultimo periodo del comunismo, ormai in atroce disfacimento e svuotato da ogni ideologia.
Il Castello
Scritto nel 1922, Il castello è l’ultimo romanzo di Kafka, o meglio l’ultimo che ha tentato di scrivere. Infatti come America il romanzo è rimasto incompiuto, e dobbiamo al fraterno amico di Kafka, Max Brod, la conservazione di questa e di altre sue opere. Il castello condivide diverse delle tematiche che hanno reso l’opera di Kafka l’emblema della nostra era, come il protagonista che lotta inutilmente contro un’entità dai fini indecifrabili e i personaggi sempre più grotteschi che il protagonista dovrà incontrare, ma stavolta li immerge in un’ambientazione che pur rimanendo sempre una sovrastruttura simbolica è decisamente più evocativa, quasi da vecchia leggenda. Ciò contrasta magnificamente con il crudo realismo di certe scene, come la spettrale visita a casa di Barnabas (sicuramente la parte più affascinante del romanzo) o la scena d’amore con Frieda. Inoltre, pur rimanendo al di là di ogni logica umana ed epitome dell’incomunicabilità a tutti i livelli , stavolta il sistema contro cui si trova a lottare K. sembra essere più deliniato del solito: sappiamo dove risiede (il castello), ne conosciamo alcuni dei suoi abitanti (benchè di poca importanza), conosciamo quello che sembra apparentemente il suo male maggiore (la burocrazia) conosciamo il motivo della venuta del protagonista al villaggio (benchè sia inutile). Ma come sempre nell’universo di Kafka, questi pochi, frammentari dettagli servono solo a concedere una piccola speranza al protagonista, prima di farlo ripiombare nella più completa impotenza di fronte ad un semplice funzionario del castello. Tante, come sempre nelle opere di K., le possibili chiavi di lettura, compresa, viste le diverse citazioni nel testo, quella teologica.
Una finestra sul bosco
Un giovane ufficiale francese si trova all’inizio della seconda mondiale in una foresta delle Ardenne ad attendere in un bunker il passaggio delle forze militari tedesche. Ma il bosco e la sua straordinaria principessa, Monà, lentamente lo faranno entrare in un mondo incantato da cui si staccherà solo con l’arrivo del nemico. Il breve ritorno dell’uomo nel bosco è in fondo crudele: malgrado il protagonista abbia vissuto momentaneamente in simbiosi con quel paesaggio ancestrale, al brusco risveglio egli si ritroverà da solo e impaurito nella casa di Monà, stavolta in attesa della morte. Il titolo del libro non potrebbe essere più azzeccato: la prosa di Gracq tende a dissolversi e a diventare un tutt’uno con i ritmi sacri del bosco, e si rimane li, sulla finestra,ad osservare ammaliati questo grande poema sulla natura. Julien Gracq (vero nome Louis Poirier) , scrittore ancora poco conosciuto in Italia, ci ha abbandonati recentemente, nel dicembre del 2007. Purtroppo a tutt’oggi le sue opere migliori (La riva delle sirti, Il bel tenebroso, Una finestra sul bosco), non sono disponibili nelle librerie italiane perché esaurite o perché le case editrici che le hanno pubblicate sono fallite.
Il processo
Con l’Ulisse , si tratta dell’opera letteraria che ha più influenzato il nostro secolo. I due romanzi però non potrebbero essere apparentemente più diversi: prorompente,sintatticamente e semanticamente multiforme, universale e già tesa verso il postmoderno l’opera di Joyce; scarna stilisticamente e narrativamente, intensamente personale, rigida nella costruzione e incompleta l’opera di Kafka. Apparentemente, appunto. K. è riuscito con poche scene, con pochi personaggi peraltro ambigui a costruire un struttura di segni perfetta, che si chiude lenta e invisibile sul protagonista, il quale non riuscirà mai a scoprire la sua colpa perché questo presuppone ritrovare la sua vera identità , e nel mondo alienato di K. questo non è più possibile.A nulla quindi, serve cercare aiuto o consolazione nella legge, nell’arte, nell’amore, nella religione; ciò non fa che rendere più ancora più grottesco e amaro il percorso che non può che concludersi con una fine tragica ma che non ha niente dei grandi martiri del passato, ma che è anzi anonima e immersa in un silenzio assoluto.