Paradiso

Maggio 30, 2008 at 9:22 pm (Letteratura Cubana) (, , , )

Paradiso è un romanzo di Josè Lezama Lima, scrittore e studioso cubano. La sua pubblicazione originale in volume risale al 1966, anche se alcuni capitoli erano già stati inseriti in giornali letterari dell’epoca. L’edizione attuale (compresa quella italiana) invece è quella critica del 1988, basata sul manoscritto originale e su confronti filologici con le altre trascrizioni corrette da Lima stesso. Il libro non ha una trama precisa, ma può essere descritto come una sorta di particolare testo di formazione sensoriale e culturale. Tutti gli eventi del libro sono presentati come un cerchio, immagine importante in Paradiso, disposto attorno a Josè Cemì, l’autore da giovane. Si può parlare solo di una multiforme rappresentazione di una misteriosa  struttura poetica interna per le descrizioni della miriade di personaggi presenti nel libro, tutti reali ma al tempo stesso atemporali e assenti, perché flebili proiezioni dell’autore e della Storia (“ai grandi monarchi come San Luigi, Fernando il confessore,…, nei quali la persona giunse a costituirsi in metafora”) Essi discutono continuamente delle prime influenze intellettuali di Lima con lo stesso idioma neobarocco, che procede con un intenso susseguirsi di complessi costrutti sintattici, peraltro ritmicamente accompagnati da un altrettanto arcano narratore che dissolve definitivamente l’apparenza del reale con infinite similitudini. La prima parte del libro si chiude con la morte del padre e dello zio, a cui segue l’introduzione, con una titanica fantasia carnale, del tema dell’omosessualità e dei due personaggi cardine della seconda parte del libro, Focion e Fonesis. Le scene che riguardano l’omosessualità sono particolarmente crude, e provocarono l’intervento della censura all’epoca, ma come sempre per Lima la realtà è un semplice referente a cui immediatamente accostare la sua simbologia esoterica, ed è Fronesis stesso ad affermare che l’omosessualità sia una manifestazione della memoria ancestrale. Questa forte tensione erotica, non del tutto ancora dissolta, sfocia irrimediabilmente in un’orgia grottesca di violenza nella descrizione di rivolta studentesca avvenuta durante la dittatura di Machado. La rievocazione dell’evento è frammentaria e surreale, nel suo dinamismo di figure che si intersecano e dissolvono in uno spazio indeterminato come in un quadro di Paolo Uccello. Ma è solo un breve intermezzo alle interminabili controversie teologiche, filosofiche, storiche di Focion e Fronesis, che rappresentano rispettivamentre l’irrazionalità e la prudenza. In queste discussioni, sospese tra i dilemmi dell’intelletto e le tentazioni della carne (Focion è omosessuale e innamorato di Fronesis), Cemì inizia a sviluppare la sua personalità, tentando timidamente di dialogare con i propri maestri. Questo periodo di iniziazione non è però destinato a durare: Fronesis è costretto ad andarsene per volere del padre, e Focion, impazzito, lo sostituisce con un albero al quale fare un strano rituale girandoci attorno, ma l’albero viene colpito da un fulmine, liberando in questo modo “Focion dall’adorazione della sua eternità circolare”.L’ultima parte del libro è dedicata ai sogni fatti dal protagonista dopo il decesso del padre e alla comparsa di Oppiano Licario, l’ultimo, misterioso, accompagnatore di Cemì ( al quale sarà dedicato l’altro romanzo, incompiuto, di Lima) con il quale finalmente uscirà fuori dal suo Paradiso, ormai pronto ad iniziare il suo cammino di pensatore (“Sentiva di nuovo: ritmo esicastico, possiamo cominciare”). Si conclude con queste parole il testamento spirituale di un uomo che, nonostante si sia mosso dalla sua terra solo due volte, è riuscito a creare uno dei romanzi più significativi del nostro tempo.

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Satantango

Maggio 25, 2008 at 7:50 pm (Cinema) (, , , , )

Bela Tarr è un regista ungherese nato a Pecs nel 1955. Le prime opere (Family Nest, The Outsider, e soprattutto Prefab People) hanno tendenze realiste, ma i film della maturità, Damnation, Satantango, Werckmeister Harmonies, tratte dai libri di Lazlo Krasznahorkai, mostrano un linguaggio cinematografico fortemente personale e una nuova attenzione verso la condizione umana, stavolta priva di pretese ideologiche. Satantango, terminato nel 1994, anche se la sua concezione risale al 1985, è solitamente ritenuto il suo capolavoro, non solo per l’inconsueta durata (oltre 7 ore), ma anche per la complessità narrativa e strutturale.

Satantango racconta di un piccolo villaggio ungherese improvvisamente privato della sua fattoria collettiva, unica occupazione dei suoi abitanti. La forzata inerzia ha un impatto decisamente negativo sulla vita della piccola comunità, ridotta ad annegare i propri problemi nell’alcool e a cospirare contro i propri vicini. Ma quando tutto sembra perduto, si diffonde la notizia del ritorno di due abitanti del villaggio, Irimias e Petrina, i quali sembrano intenzionati a costituire una nuova fattoria. La struttura narrativa del film ricalca quella del libro originale, diviso in 12 capitoli ma non disposti cronologicamente per rispettare i movimenti base di un tango: un passo avanti, uno indietro. E’ comunque possibile dividere l’opera in due blocchi principali: il primo racconta gli eventi degli abitanti del villaggio mentre l’attendono l’arrivo di Irimias, contrappuntandoli con episodi che invece che descrivono le vicissitudini di quest’ultimo; il secondo invece si concentra su Irimias e la sua presunta intenzione di costituire una nuova fattoria.

Il film si apre con un inno al cinema di Tarr: un tracking shot di 9 minuti che segue delle mucche che attraversano una parte del villaggio fino a scomparire all’orizzonte. Oltre a presentare l’estetica del film, che vive di infiniti long takes, di una densa fotografia in bianco e nero, di ambientazioni in rovina e di oscuri interni, della quasi totale assenza di musica per affidarsi al ritmo visivo o ai suoni naturali, o ad entrambi, questa sorta di prologo anticipa obliquamente quelle che sono secondo il regista le tematiche principali del film: l’osservazione diretta della condizione umana e l’illusione della fede. Ciò è evidente nella scena che segue e che apre il primo capitolo, “The news that they are coming”, in cui vengono presentati i primi personaggi all’interno di una squallida abitazione, impegnati a tentare di appropriarsi dei fondi della comunità. A lasciare interdetti non è tanto la particolare tecnica di ripresa (la steadycam si muove continuamente nello spazio per far osservare la scena da un altro punto di vista),ma come Tarr conclude alcune sequenze, anche quando gli attori stanno ancora parlando: la mdp sembra perdere interesse nella trama e si sposta a riprendere con una lunga carrellata delle piccole piante o si avvicina lentamente ad una finestra mentre fuori piove. O ancora, la macchina da presa immobile riprende due personaggi che percorrono tutto il piano visivo fino a scomparire. Queste lente meditazioni mostrano una natura umana che sembra fatta di assenze, inesorabilmente distaccata dalla realtà.

Il secondo capitolo, “We are Resurrected” introduce invece il personaggio centrale del film, Irimias (Geremia). L’uomo, atteso da tutto il villaggio come il messia e avvolto da un’aura quasi mistica nei discorsi degli abitanti, è in realtà un bieco truffatore e una spia delle autorità, interessate a mantenere l’ordine dopo il crollo della fattoria collettiva. Ma i suoi concittadini lo seguiranno comunque, accecati dall’utopia, che nel film raggiunge le proporzioni di una terra promessa, di creare una nuova comunità. L’episodio seguente, “Knowing Something” presenta un misterioso dottore, impegnato ad osservare gli eventi del villaggio e a trascriverli ordinatamente. Si tratta dell’autore della storia che il film racconta ? Di certo la scena finale lo vede ripetere le stesse enigmatiche parole del narratore all’inizio, e negli ultimi secondi è lui a far ripiombare il villaggio nella più completa oscurità.Se il quarto episodio (Work of the Spider I) celebra ancora la liturgia dell’attesa, raccontando con il ticchettio ossessivo dell’orologio del bar l’annuncio del prossimo ritorno di Irimias e Petrina, entrambi creduti morti, il quinto capitolo (The Net Tears) è incentrato su un rito sacrificale che annuncia l’imminente Tango di Satana, e la cui ferocia è appena attutita dalla particolare stilizzazione a cui Tarr la sottopone. Una giovanissima abitante del villaggio, Estike, sottoposta a violenze da parte dei suoi familiari,i quali le rubano persino il denaro che aveva ingenuamente sotterrato, tortura ed infine avvelena un gatto, l’unico essere vivente con cui la bimba può prendersela. Dopo aver assistito dalla finestra del bar al Tango di Satana (che verrà mostrato interamente nel capitolo successivo) si suicida nelle rovine accanto al villaggio. La crudeltà e l’indifferenza degli abitanti del villaggio provocano la morte di una bambina, attirandoli definitivamente, come vedremo nel proseguo del racconto, nella tela di Irimias. Finalmente il terzo episodio, The Work of the Spider II” chiude un’ideale prima parte celebrando il ritorno del messia con un delirante, grottesco Tango di Satana, dove finalmente osserviamo la vera, tragica natura degli abitanti del villaggio e dell’umanità intera.

Il secondo blocco narrativo si apre invece con una statica composizione, mostrando il piccolo cadavere di Estike su un vecchio tavolo e gli abitanti del villaggio raccolti dietro di lei. La scena ha però l’apparenza di una messa nera: è stato il declino morale dei suoi concittadini ad ucciderla, e Irimias non esita ad approfittare della tragedia per convincere definitivamente il villaggio ad usare i loro fondi per costituire una nuova comunità. I soldi vengono impietosamente deposti vicino ai piedi della bambina morta. Gli abitanti del villaggio si preparano a raggiungere la loro terra promessa, un casolare abbandonato, distruggendo tutto ciò che non possono portare con sé. Il viaggio è lungo e faticoso, e ormai stremati si addormentano. La mpd continua invece a descrivere il loro stato interiore, ritraendoli a terra, con accanto i loro bagagli, nella desolazione più totale della loro nuova dimora. Il giorno dopo il loro presunto salvatore li ingannerà un’altra volta, rinviando la creazione della nuova fattoria e mandandoli nei paesi vicini. Ma le loro vicissitudini si concludono definitivamente con una sorta di fantasia sarcastica: le autorità leggono a voce alta il rapporto del loro collaboratore Irimias che descrive con un volgare realismo gli abitanti del villaggio (“stupida femmina con grandi tette”). Paradossalmente sono però sono proprio le guardie a disumanizzarli totalmente,sostituendo le colorite affermazioni dell’originale con un anonimo linguaggio burocratico. Nell’ultima parte la figura di Irimias sembra diventare, se possibile, ancora più enigmatica, finendo per impersonare tutti i dilemmi del film. Pur essendo un traditore e un ladro, sente di avere una missione da compiere, affermando di essere non un salvatore ma “un ricercatore che investiga sul perchè tutto è così terribile come ci appare”. Un semplice osservatore, quindi, che non può far nulla per redimere i suoi compatrioti (e di conseguenza non il vero motivo della loro perdizione). Il film si chiude con la surreale visione del dottore, al quale appare il campanile che si era sentito all’inizio del film, bruciato però nella seconda guerra mondiale, forse ancora a rappresentare un Dio che appare per poi immediatamente dissolversi.

Vorrei concludere questo commento tentando di fornire un breve interpretazione dell’opera, soprattutto in rapporto con il libro. Certamente il film, benchè scritto dal regista con l’autore del romanzo, è volutamente irrisolto nei suoi contrasti, poichè Tarr, come ho già detto, è più interessato a descrivere la condizione umana(“each faith is revealed as based on illusion. And then it spreads thin and disappears. In SATANTANGO, Irimias, which means “Jeremiah,” is a messiah. All messiahs are generally just ordinary spies”.), che a soffermarsi sui contenuti sociopolitici, mentre l’originale, sebbene non privo di intenzioni filosofiche, era prima di tutto una satira dell’ultimo periodo del comunismo. Se Tarr ha deciso comunque di mantenere la trama del libro (a differenza, invece, di quanto avviene per Werckmeister Harmonies), pur relegandola in secondo piano rispetto al suo complesso linguaggio cinematografico e al suo particolare idealismo, in un film che peraltro, è bene affermarlo, è largamente improvvisato, è probabile che pensasse che gli elementi satirici potessero ben integrarsi con i suoi veri obiettivi.

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Dizionario dei Kazari

Maggio 18, 2008 at 12:32 pm (Letteratura Serba) (, , , )

Milorad Pavić è uno scrittore serbo del 1929, autore di diversi romanzi dalla struttura particolarmente creativa. La sua opera più celebre in occidente è il Dizionario dei Kazari, un “romanzo lessico” incentrato sulla polemica riguardante la conversione religiosa dei Kazari, un antico popolo dell’est europeo. Il libro è infatti diviso in tre piccole enciclopedie (Libro rosso, Libro Verde, Libro Giallo, più due appendici), ognuna delle quali espone il punto di vista di una delle grandi religioni (Cristianesimo, Islamismo,Ebraismo) su vari aspetti della cultura Kazara. Naturalmente ognuna di esse afferma prima di tutto di essere stata scelta dai Kazari come loro nuova credenza, ma, come altri argomenti trattati nel dizionario, le versioni delle tre enciclopedie sono in contraddizione tra di loro. Nonostante questa sorta di competizione per la verità, in diversi casi alla fine del testo c’e un simbolo che indica che questa voce del dizionario è presente anche nelle sezioni dedicate agli altri due culti, invitando quindi a sentire anche gli altri punti di vista. Essendo scritti in ordine alfabetico, gli eventi del libro non sono narrati cronologicamente, ed è quindi compito del lettore tentare di ricostruire nel tempo e nello spazio la cultura kazara, attraverso le testimonianze dei curatori del dizionario originale , lettere di studiosi moderni, aneddoti sulla vita e sull’arte kazara, notizie storiche sul dizionario stesso. E peraltro del libro di Pavic esistono due edizioni: una maschile e una femmile, le quali hanno di diverso solo poche ma importanti righe. Ma alla fine la questione centrale del libro rimarrà comunque irrisolta. Benché sia effettivamente esistito un dizionario dei kazari (e il libro si presenti come l’edizione l’originale del dizionario), e benché il popolo kazaro si sia davvero convertito (all’ebraismo), Pavic è interessato soprattutto a cogliere una civiltà nel suo punto massimo di apertura culturale per creare un affascinante meta-universo largamente immaginario. Tutto ciò non può che far pensare alle finzioni letterarie dei libri di Borges, anche per l’utilizzo di simboli e tematiche ampiamente presenti nelle opere dello scrittore argentino (in particolare i sogni, il tempo,gli enigmi irrisolti, l’importanza della memoria culturale,il surrealismo, la presenza di specchi e di “doppi”). La struttura aperta del libro e l’ipertestualità deve anche molto ai grandi sperimentatori del linguaggio del 900, da Cortazar al gruppo dell’ OuLiPo. E chiaramente la relatività dei punti di vista, la decostruzione del testo e della storia, l’autoreferenzialità lo rendono un classico esempio di letteratura postmoderna. Infine, essendo l’autore serbo, è probabile che si tratti anche di un’allegoria dei balcani, dove diverse civiltà hanno vissuto per secoli nella stessa regione.

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Ricostruzione di un delitto e Rancho Notorius

Maggio 16, 2008 at 11:27 am (Cinema) (, , , , , )

Ricostruzione di un delitto è il primo film di Angelopoulos: Un emigrante, appena tornato al villaggio natio dopo aver ha lavorato per anni in Germania, viene trovato morto dalla sua famiglia. Le autorità indagano, e alla fine riescono a scoprire gli assassini. L’opera prima del noto regista greco presenta già un linguaggio cinematografico altamente personale: fotografia in bianco e nero, uso continuo delle inquadrature lunghe, narrazione non cronologica. Non c’e però traccia di alcuna indulgenza estetica: la tecnica è totamente asservita all’effetto di straniamento il quale ci  permette di concentrarci sulla decadenza morale e sociale di un ormai spopolato villaggio che riflette, con le sue austere strutture e il suo silenzio, quella della Grecia. Un altro elemento d’interesse, e che tornerà in altri film di Angelopolos attraverso il racconto nel racconto, è la molteplicità dei punti di vista : da una parte abbiamo la versione dei documenti ufficiali, cioè le scene con le autorità, e dall’altra quella del regista, recatosi direttamente nel luogo del delitto, presentata attraverso l’inchiesta di alcuni giornalisti e le poche parole degli abitanti del villaggio.

Rancho Notorious è invece uno dei film americani di Fritz Lang. Un cowboy (Vern) e una giovane donna stanno per sposarsi, ma durante una rapina al negozio dove lavora, lei viene violentata e uccisa. Il giovane, deciso a vendicarsi, conquista la fiducia dei banditi salvando uno di loro (Frenchy). Il quale lo conduce al covo. Ma il loro capo (Altar) si rivela una donna affascinante. Un western narrato attraverso la musica come una ballata, e che riprende il tema del destino caro al regista. La prima parte ricostruisce, tramite flashback e i racconti dei personaggi che il protagonista incontra, la vita decadente da cantante di Altar e il suo incontro con Frenchy da giovane. La seconda metà del film analizza invece la loro pietosa vecchiaia da esseri umani ormai stanchi della loro esistenza e perseguitati dal loro passato: Altar si innamora, ricambiata, di Vern, ma viene comunque usata da quest’ultimo e infine muore per salvare colui (Frenchy) che l’aveva aiutata da giovane;  Frenchy, a modo suo un gentiluomo con un codice d’onore, si ritrova ad affrontare i suoi stessi compari che invece sono privi di ogni etica e a perdere la sua amata. Vern, che sembra moralmente situato a metà tra i due mondi (vuole uccidere l’assassino della sua fidanzata, ma al tempo stesso ha un sentimento sincero per Altar), alla fine del film si accorge dell’amarezza e della futilità della vendetta.

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I Giorni del 36 e Viaggio a Citera

Maggio 7, 2008 at 11:35 am (Cinema) (, , , , )

I giorni del 36 è ambientato nel periodo immediatamente precedente alla dittatura di Metaxas, e narra di alcuni eventi ispirati a fatti realmente accaduti: un ex informatore della polizia viene arrestato perché sospettato di aver ucciso un sindacalista. In prigione però il presunto assassino riesce a prendere in ostaggio un politico e a chiudersi in una stanza insieme a lui. Ma le autorità dopo un tentativo fallito riusciranno ad uccidere il rapitore. Il regista affronta la tematica della fine della democrazia soprattutto visivamente: le scene del film sono vere e proprie composizioni che il registra mostra criticamente al pubblico con inquadrature lunghe e piani sequenza per farlo riflettere sugli avvenimenti. Proprio perché la macchina da presa entra impietosamente nella realtà della società greca, la sensazione è di continuo distacco da qualsiasi componente emozionale della trama, mentre osserviamo invece con attenzione le rovine, i paesaggi desolati, gli austeri interni, il silenzio e l’assenza di emozioni individuali che rinchiudono inesorabilmente i protagonisti nella loro tragica era. C’e inoltre qualcosa del teatro dell’assurdo nell’incapacità di uno stato ormai corrotto di risolvere la situazione: Angelopolus mostra continuamente i personaggi in fila davanti alla porta o ad osservare impotenti la finestra della stanza dove si trovano il prigioniero e il politico, apparentemente irraggiungibili.

Viaggio a Citera segna invece l’inizio della trilogia del silenzio: Un regista, Alexandros, impegnato in un progetto cinematografico sul ritorno degli esiliati della guerra civile, reincontra il padre, Spyros, un partigiano che torna a casa dopo 32 anni di esilio. Dopo essere stato accolto dalla famiglia, il vecchio decide di ritornare al villaggio dove era nato. Visita il cimitero con un suo amico, ma l’arrivo di una folla preannuncia un triste avvenimento: il terreno dove è situato il villaggio sta per essere venduto. Viaggio a Citera segna una nuova fase del cinema di Anghelopolus: malgrado gli elementi siano gli stessi di sempre (i pochi dialoghi, l’uso continuo del piano sequenza e delle inquadrature lunghe, l’enfasi sulla storia e sulla memoria, i paesaggi desolati) stavolta il regista li utilizza per narrare tragedie intensamente personali (il ritorno di un partigiano che si ritrova ancora una volta a difendere la propria terra e le proprie tradizioni, il regista incapace di trovare una sua identità artistica ed esistenziale e di comunicare con il padre). Ma mentre per il padre non c’e alternativa alla diaspora e alla fine dei suoi antichi valori, forse Alexandros in questo suo incontro con il suo passato ha risolto i suoi conflitti interni, e continuerà a fare film. Nuovi sono anche l’abbandono del mito come sovrastruttura dei due film precedenti per dar spazio al racconto nel racconto e l’immedesimazione (in questo caso peraltro è Theo stesso a doppiare in greco Alexandros) di Angelopolus con il protagonista, elementi che diventaranno importanti nei suoi film degli anni 90, nonchè l’inserimento di alcune frasi-chiave ricorrenti, come Ego ime (sono io).

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Insaziabilità

Maggio 4, 2008 at 5:34 pm (Letteratura Polacca) (, , , )

Insaziabilità è un libro del 1930 di Stanislaw Witkiewicz, pittore, drammaturgo,filosofo polacco nato nel 1885. L’opera, ambientata alla fine del nostro secolo, racconta la feroce iniziazione alla vita, sessuale e artistica, del giovane Genezyp Kapen, mentre le truppe comuniste cinesi si apprestano ad invadere l’Europa. Attraverso una forma allucinata del romanzo di formazione, Witkiewicz tratteggia la fine dell’intera civiltà occidentale, sia dal punto di vista sociale (decadenza dei valori a tutti i livelli, dalla borghesia alla nobiltà, personaggi che aggirano insaziabili in un mondo alienato ormai privo di riferimenti mentre la società cinese rifiuta ogni individualismo), sia dal punto di vista culturale (infinite e deliranti discussioni sulle filosofie e sui movimenti artistici dell’epoca mentre l’artista nella società cinese è totalmente asservito all’ideologia). La narrazione è continuamente interrotta da quelle che sembrano analisi psicologiche dei protagonisti, da notizie del mondo esterno scritte come comunicati stampa, da titaniche descrizioni di amplessi; una visione apocalittica dove cui si muovono gli ultimi anti-eroi: Genezyp Kapen e il suo percorso esistenziale che lo condurrà ad uno stato semi-catatonico,Benz e la sua logica, Il principe Basilio e il suo misticismo cristiano, Tengier e la sua incomprensibile arte , la vecchia principessa ninfomane Irina che si contrappone all’assoluta asessualità di Liza, ma soprattutto la figura mitica e incomprensibile, forse perché ancora in parte umana, dell’ultimo grande generale Kocmoluchowicz, il quale verrà condannato a morte dai vincitori. Il resto dei personaggi, a parte la principessa, si integreranno invece perfettamente nella nuova deumanizzata (“impassibile come una figura di Buddha”) gerarchia cinese.

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Appunti

Maggio 4, 2008 at 2:00 pm (Cinema)

Ho letto recentemente 3 libri (e ne ho due da leggere) della serie Conversations with Filmmakers, raccolte di interviste su alcuni dei più grandi registi del cinema. Pur ritenendo che l’interpretazione di un’opera d’arte sia essenzialmente un processo di analisi critica che deve utilizzare le intenzioni dell’artista solo come punto di partenza, penso che sia altrettanto importante sentire l’artista in prima persona, anche perchè penso che li riporti ad una dimensione più umana. A mio avviso il libro della serie dedicato a Theodoros Anghelopolus è il migliore dei tre, sia perchè le interviste sono le più ordinate e trattano discretamente la sua opera fino a L’eternità e un giorno (il quale purtroppo, perchè ritengo più interessanti i suoi primi film, ha lo spazio più ampio nel libro), sia perchè l’autore è molto disponibile e chiaro nelle sue risposte.  Il volume dedicato al nostro Federico Fellini è invece il più problematico: Fellini non adorava troppo le interviste e peraltro si divertiva a disorientare giornalisti e lettori con frasi ad effetto che smentiva nella prossima intervista. Come se non bastasse, ci sono troppe interviste inutili e ripetitive. Insomma, il libro stesso sembra una caotica finzione cinematografica di Fellini. Se non vi dà fastidio che oltre la metà del libro è specata, che non c’e un’ordinata trattazione di tutte le sue opere (in particolare delle ultime..)  il resto illumina comunque piuttosto bene le idee di Fellini. Il terzo, dedicato a Tarkovsky, è rovinato da una lunghissima e inutile intervista in due parti, che occupa quasi un terzo del libro e da una altrettanto estesa intervista in cui si esamina il rapporto dell’autore con le donne (il che potrebbe anche essere interessante.. ma per qualche pagina). Gli ultimi due film, Nostalghia e Sacrificio, hanno ben poco spazio, mentre fortunatamente le due opere meglio trattate sono anche i due film che preferisco dell’autore: Rublev e Stalker. Alla fine il libro è interessante soprattutto perchè ci svela con le sue stesse parole l’ultimo Tarkovsky, totalmente ossessionato dalla mancanza di spiritualità nel mondo odierno.

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