I Giorni del 36 e Viaggio a Citera

Maggio 7, 2008 at 11:35 am (Cinema) (, , , , )

I giorni del 36 è ambientato nel periodo immediatamente precedente alla dittatura di Metaxas, e narra di alcuni eventi ispirati a fatti realmente accaduti: un ex informatore della polizia viene arrestato perché sospettato di aver ucciso un sindacalista. In prigione però il presunto assassino riesce a prendere in ostaggio un politico e a chiudersi in una stanza insieme a lui. Ma le autorità dopo un tentativo fallito riusciranno ad uccidere il rapitore. Il regista affronta la tematica della fine della democrazia soprattutto visivamente: le scene del film sono vere e proprie composizioni che il registra mostra criticamente al pubblico con inquadrature lunghe e piani sequenza per farlo riflettere sugli avvenimenti. Proprio perché la macchina da presa entra impietosamente nella realtà della società greca, la sensazione è di continuo distacco da qualsiasi componente emozionale della trama, mentre osserviamo invece con attenzione le rovine, i paesaggi desolati, gli austeri interni, il silenzio e l’assenza di emozioni individuali che rinchiudono inesorabilmente i protagonisti nella loro tragica era. C’e inoltre qualcosa del teatro dell’assurdo nell’incapacità di uno stato ormai corrotto di risolvere la situazione: Angelopolus mostra continuamente i personaggi in fila davanti alla porta o ad osservare impotenti la finestra della stanza dove si trovano il prigioniero e il politico, apparentemente irraggiungibili.

Viaggio a Citera segna invece l’inizio della trilogia del silenzio: Un regista, Alexandros, impegnato in un progetto cinematografico sul ritorno degli esiliati della guerra civile, reincontra il padre, Spyros, un partigiano che torna a casa dopo 32 anni di esilio. Dopo essere stato accolto dalla famiglia, il vecchio decide di ritornare al villaggio dove era nato. Visita il cimitero con un suo amico, ma l’arrivo di una folla preannuncia un triste avvenimento: il terreno dove è situato il villaggio sta per essere venduto. Viaggio a Citera segna una nuova fase del cinema di Anghelopolus: malgrado gli elementi siano gli stessi di sempre (i pochi dialoghi, l’uso continuo del piano sequenza e delle inquadrature lunghe, l’enfasi sulla storia e sulla memoria, i paesaggi desolati) stavolta il regista li utilizza per narrare tragedie intensamente personali (il ritorno di un partigiano che si ritrova ancora una volta a difendere la propria terra e le proprie tradizioni, il regista incapace di trovare una sua identità artistica ed esistenziale e di comunicare con il padre). Ma mentre per il padre non c’e alternativa alla diaspora e alla fine dei suoi antichi valori, forse Alexandros in questo suo incontro con il suo passato ha risolto i suoi conflitti interni, e continuerà a fare film. Nuovi sono anche l’abbandono del mito come sovrastruttura dei due film precedenti per dar spazio al racconto nel racconto e l’immedesimazione (in questo caso peraltro è Theo stesso a doppiare in greco Alexandros) di Angelopolus con il protagonista, elementi che diventaranno importanti nei suoi film degli anni 90, nonchè l’inserimento di alcune frasi-chiave ricorrenti, come Ego ime (sono io).