Sanctuary e Yol
Sanctuary è un lungometraggio del 2004 diretto da Yuhang Ho. Il film è privo di trama, limitandosi a tratteggiare i suoi tre protagonisti e l’ambiente che li circonda: Ah Lai, giovane disoccupato e nel tempo libero giocatore di biliardo; Ah See, sua sorella, impiegata in un negozio e sofferente di una misteriosa malattia; e infine loro nonno, la cui unica occupazione sembra essere aver cura di una vecchia donna nella sua casa di riposo. La narrazione procede illustrando le tematiche dell’alienazione e dei contrasti tra tradizione e modernità in Malesia soprattutto con il ritmo visivo delle riprese a mano e dei continui jump cuts, i quali tentano di analizzare i personaggi e il loro limitato spazio, dominato dall’assenza e dalla finzione. Ah Lai si trova cosi ad osservare triste armi giocattolo,modellini di appartamenti, a coricarsi con la giacca nuova che ha appena comprato, a tentare di cambiare la sua esistenza prendendo una stanza in albergo. (poco prima il nonno gli aveva detto “tuo padre è stato davvero stupido. E’ andato in un Motel ed è saltato giù”) . Nella casa di riposo la situazione è del tutto identica, con una serie di volti inanimati che si aggirano per oscuri corridoi. Il nonno prova disperatamente a salvare la vecchia donna affidandosi alla fede cristiana, ma essa muore comunque, e decide di andare a casa dei nipoti ad aspettarne il ritorno per poter vivere con loro. La sua attesa potrebbe però durare in eterno: Ah See si vede per l’ultima volta su un ponte, forse decisa a suicidarsi, mentre il fratello corre su una motocicletta, probabilmente deciso a non tornare mai più. La loro già inesistente vita da fratelli è definitivamente terminata, e non li attende nessun santuario.
Yol (La Strada), scritto da Yilmaz Guney e diretto da Serif Goren, è un vecchio classico del cinema curdo. Alcuni prigionieri in un carcere ricevono finalmente il permesso di tornare alle loro famiglie per una settimana. La loro vita fuori però è tutt’altro che felice: Omer, curdo, torna al villaggio natio solo per trovarci i militari turchi; Seyit apprende che la moglie lo ha tradito, e che la famiglia aspetta che lui si vendichi; Mehmet ammette finalmente di essere responsabile della morte del fratello della sua sposa e la famiglia della moglie lo ripudia; Yusuf è costretto a tornare in prigione perché non trova più il permesso; Mevlat non riesce a vivere una vita normale con la fidanzata per colpa della famiglia di lei. A coloro che riusciranno a sopravvivere, li attende nuovamente la galera. Non esiste alcuna libertà o possibilità di redenzione per i cinque uomini, ma solo ardui percorsi che il destino ha scelto per loro e alla cui fine c’e solo il rimorso, la morte, l’odio. Gli infiniti paesaggi della Turchia, da sperduti villaggi ad anonime comunità urbane, da deserti di sabbia a deserti di neve, non potrebbero essere migliore rappresentazione dello stato interiore dei protagonisti, esuli nel loro stesso paese dominato antiche, assurde tradizioni e dall’altrettanto crudele ordine imposto dalla dittatura militare.