Il Figlio e Mad Detective
Il figlio è un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne. Calvier è un semplice carpentiere, ma esercita il suo lavoro con tale serietà e passione da ricordare i grandi artigiani del passato. Malgrado l’apparente imperturbabilità, sembra tenersi per sé alcuni ricordi non particolarmente felici, e infatti in seguito veniamo a conoscenza che il suo unico figlio è stato ucciso anni prima. Intanto, un ragazzino, Francis, vuole diventare apprendista di Calvier. Per tentare di inquadrare questa piccola allegoria realista si è fatto il nome del poeta del cinema francese, Robert Bresson, e a ragione: i dialoghi pressoché inesistenti, i pochi personaggi, la sottile psicologia, non possono che far pensare alle umili parabole del leggendario regista. Il lento avvicinamento tra un padre e un figlio è reso tramite l’antico legame tra maestro e allievo, per concludersi in una riconciliazione che è al tempo stesso umana e spirituale . Il percorso interiore che i due protagonisti affrontano è però tutt’altro che lineare, in quanto i due autori hanno deciso di conferire a Le Fils, con la steadycam e il suono rigorosamente diegetico, una certa indeterminatezza a livello di narrazione (e una certa instabilità visiva ) non lontana dalle opere del Dogma 95.
Mad Detective, diretto da Johnny To e Wai Ka Fai, è invece un thriller ambientato ad Hong Kong. Bun è un ispettore che utilizza metodi d’indagine particolarmente bizzarri,affermando di poter vedere le diverse personalità nascoste di un essere umano. Malgrado le sue brillanti operazioni, Bun viene allontanato dalla polizia dopo essersi tagliato un orecchio di fronte al suo capo. Viene però richiamato in servizio anni dopo dall’ispettore Ho-Kon per risolvere il caso di un collega scomparso. In Mad Detective l’ambiguità narrativa del genere viene portata a livelli quasi espressionisti: l’intero processo investigativo è osservato dal punto di vista della psiche allucinata di Bun, rendendo profondamente incerto non solo lo svolgersi degli eventi e le attività più bizzarre dell’ex ispettore, ma anche, e forse volutamente per creare non un modello preciso ma un ipotetico e irrisolto puzzle sulla mente di un assassino , le caratteristiche del malvivente, sdoppiato in sette personaggi completamente diversi. Ma Bun sembra essersi creato anche un suo mondo interno, forse colmo di fantasmi del suo passato (negli ultimi anni è vissuto in completa solitudine) , e i due piani si intersecano continuamente, arrivando a chiederci se stiamo assistendo ad una caccia all’uomo o alla ricostruzione della mente di Bun. L’amoralità tipica di Johnny To è garantita dalla chiara simpatia in cui è tenuto l’eccentrico protagonista rispetto all’egregio poliziotto Ho-Kon, il quale non solo non esita a servirsi dell’ex ispettore, ma nel finale lo vediamo essere dominato da una delle personalità dell’assassino. (era sempre presente in Ho-Kon ? oppure gli è stata passata dal criminale morente ? o si tratta semplicemente di un’altra visione di Bun ?). La cinematografia nei film di Johnny To è sempre degna di nota, ma in questa sua ultima opera sembra aver raggiunto il culmine dei suoi barocchismi, non esitando a riprodurre in chiave grottesca la celebre scena degli specchi di The Lady From Shangai.