Dizionario dei Kazari
Milorad Pavić è uno scrittore serbo del 1929, autore di diversi romanzi dalla struttura particolarmente creativa. La sua opera più celebre in occidente è il Dizionario dei Kazari, un “romanzo lessico” incentrato sulla polemica riguardante la conversione religiosa dei Kazari, un antico popolo dell’est europeo. Il libro è infatti diviso in tre piccole enciclopedie (Libro rosso, Libro Verde, Libro Giallo, più due appendici), ognuna delle quali espone il punto di vista di una delle grandi religioni (Cristianesimo, Islamismo,Ebraismo) su vari aspetti della cultura Kazara. Naturalmente ognuna di esse afferma prima di tutto di essere stata scelta dai Kazari come loro nuova credenza, ma, come altri argomenti trattati nel dizionario, le versioni delle tre enciclopedie sono in contraddizione tra di loro. Nonostante questa sorta di competizione per la verità, in diversi casi alla fine del testo c’e un simbolo che indica che questa voce del dizionario è presente anche nelle sezioni dedicate agli altri due culti, invitando quindi a sentire anche gli altri punti di vista. Essendo scritti in ordine alfabetico, gli eventi del libro non sono narrati cronologicamente, ed è quindi compito del lettore tentare di ricostruire nel tempo e nello spazio la cultura kazara, attraverso le testimonianze dei curatori del dizionario originale , lettere di studiosi moderni, aneddoti sulla vita e sull’arte kazara, notizie storiche sul dizionario stesso. E peraltro del libro di Pavic esistono due edizioni: una maschile e una femmile, le quali hanno di diverso solo poche ma importanti righe. Ma alla fine la questione centrale del libro rimarrà comunque irrisolta. Benché sia effettivamente esistito un dizionario dei kazari (e il libro si presenti come l’edizione l’originale del dizionario), e benché il popolo kazaro si sia davvero convertito (all’ebraismo), Pavic è interessato soprattutto a cogliere una civiltà nel suo punto massimo di apertura culturale per creare un affascinante meta-universo largamente immaginario. Tutto ciò non può che far pensare alle finzioni letterarie dei libri di Borges, anche per l’utilizzo di simboli e tematiche ampiamente presenti nelle opere dello scrittore argentino (in particolare i sogni, il tempo,gli enigmi irrisolti, l’importanza della memoria culturale,il surrealismo, la presenza di specchi e di “doppi”). La struttura aperta del libro e l’ipertestualità deve anche molto ai grandi sperimentatori del linguaggio del 900, da Cortazar al gruppo dell’ OuLiPo. E chiaramente la relatività dei punti di vista, la decostruzione del testo e della storia, l’autoreferenzialità lo rendono un classico esempio di letteratura postmoderna. Infine, essendo l’autore serbo, è probabile che si tratti anche di un’allegoria dei balcani, dove diverse civiltà hanno vissuto per secoli nella stessa regione.