Verso la libertà
Ho finito il romanzo Verso La libertà. La trama, la quale narra della breve relazione tra un aristocratico dalle ambizioni artistiche e una modesta insegnante di canto, è già di per sé una severa rappresentazione del “vuoto di valori” della Vienna di fine secolo, ma il vero epicentro dell’opera di Schnitzler è la descrizione corale della vivace borghesia ebraica del tempo, in particolare per quanto riguarda i suoi rapporti con la società austriaca, l’utopismo socialista e zionista, il conflitto generazionale tra padri e figli, la ricerca di un’identità. L’austero realismo dell’affresco sociale e l’attenta caratterizzazione psicologica dei personaggi, nonché le continue riflessioni dei personaggi sull’esistenza e sull’arte ricordano sicuramente i grandi scrittori dell’ottocento, di cui Schnitzler è affascinante erede. Ottima la postfazione di Giuseppe Farese, che oltre a commentare lo scritto ne ricostruisce la genesi con gli stessi appunti dell’autore.
Il Castello
Scritto nel 1922, Il castello è l’ultimo romanzo di Kafka, o meglio l’ultimo che ha tentato di scrivere. Infatti come America il romanzo è rimasto incompiuto, e dobbiamo al fraterno amico di Kafka, Max Brod, la conservazione di questa e di altre sue opere. Il castello condivide diverse delle tematiche che hanno reso l’opera di Kafka l’emblema della nostra era, come il protagonista che lotta inutilmente contro un’entità dai fini indecifrabili e i personaggi sempre più grotteschi che il protagonista dovrà incontrare, ma stavolta li immerge in un’ambientazione che pur rimanendo sempre una sovrastruttura simbolica è decisamente più evocativa, quasi da vecchia leggenda. Ciò contrasta magnificamente con il crudo realismo di certe scene, come la spettrale visita a casa di Barnabas (sicuramente la parte più affascinante del romanzo) o la scena d’amore con Frieda. Inoltre, pur rimanendo al di là di ogni logica umana ed epitome dell’incomunicabilità a tutti i livelli , stavolta il sistema contro cui si trova a lottare K. sembra essere più deliniato del solito: sappiamo dove risiede (il castello), ne conosciamo alcuni dei suoi abitanti (benchè di poca importanza), conosciamo quello che sembra apparentemente il suo male maggiore (la burocrazia) conosciamo il motivo della venuta del protagonista al villaggio (benchè sia inutile). Ma come sempre nell’universo di Kafka, questi pochi, frammentari dettagli servono solo a concedere una piccola speranza al protagonista, prima di farlo ripiombare nella più completa impotenza di fronte ad un semplice funzionario del castello. Tante, come sempre nelle opere di K., le possibili chiavi di lettura, compresa, viste le diverse citazioni nel testo, quella teologica.
Il processo
Con l’Ulisse , si tratta dell’opera letteraria che ha più influenzato il nostro secolo. I due romanzi però non potrebbero essere apparentemente più diversi: prorompente,sintatticamente e semanticamente multiforme, universale e già tesa verso il postmoderno l’opera di Joyce; scarna stilisticamente e narrativamente, intensamente personale, rigida nella costruzione e incompleta l’opera di Kafka. Apparentemente, appunto. K. è riuscito con poche scene, con pochi personaggi peraltro ambigui a costruire un struttura di segni perfetta, che si chiude lenta e invisibile sul protagonista, il quale non riuscirà mai a scoprire la sua colpa perché questo presuppone ritrovare la sua vera identità , e nel mondo alienato di K. questo non è più possibile.A nulla quindi, serve cercare aiuto o consolazione nella legge, nell’arte, nell’amore, nella religione; ciò non fa che rendere più ancora più grottesco e amaro il percorso che non può che concludersi con una fine tragica ma che non ha niente dei grandi martiri del passato, ma che è anzi anonima e immersa in un silenzio assoluto.