One Hundred Years of Socialism
Aprile 3, 2008 at 3:36 pm (Storia) (libri, sassoon, socialism)
One Hundred Years of Socialism è, a dispetto del nome (solo un centinaio di pagine vengono dedicate al periodo che precede la seconda guerra mondiale) una comprensiva e dettagliata storia della sinistra europea dal dopoguerra agli inizi degli anni novanta. In particolare l’autore, oltre a tentare di descrivere le teorie dei pensatori socialisti da Eduard Bernstein e Karl Kautsky fino al nuovo revisionismo del programa 2000 del partito socialista spagnolo e A Future for Socialism di Bryan Gould, traccia una sorta di grande sintesi della nascita,sviluppo, massimo splendore e decadenza del Welfare State in Europa, sicuramente il più grande risultato che la sinistra ha contribuito a raggiungere nel nostro secolo. Veniamo cosi a conoscenza di alcuni timidi precedenti prima dei tentativi di creazione di un sistema di welfare tra le due guerre in Germania, Austria, Danimarca, Danimarca, Olanda,Italia e soprattutto i paesi scandinavi, come la presenza di un sistema primitivo di assicurazione sanitaria in Germania già nel 1883, di infortunio sul lavoro nel 1884 (che in Francia e in UK ci sarà, ovviamente migliorato, solo nel secondo dopoguerra), e di sistema pensionistico su base contribuitiva per vecchiaia e invalidità nel 1889, che nel 1910 sarà adottato anche in Francia, e pensioni anzianità saranno concesse dai Liberali anche nel 1911 in Inghilterra (e su base non contribuitiva). Ma il sistema migliore prima (e uno dei migliori in assoluto dopo) la seconda guerra mondiale rimarrà quello svedese, dove nel 1932 era salito il primo governo socialdemocratico capace di avere una maggioranza. Un forte consenso sociale ,un’economia florida, una politica stabile permetteranno tra il 1933 al 1938 il concepimento del primo, vero Welfare State nel moderno senso del termine: programmi politici per la piena occupazione,alloggi popolari,un sistema pensionistico indicizzato, estesi benefici per la maternità sul lavoro, ferie pagate, prestiti statali alle giovani coppie. Il libro dedica comunque anche attenzione alle limitazioni che la sinistra ha dovuto subire da entrambe le parti durante la guerra fredda, alla crescita straordinaria del capitalismo nel ventennio 1950-1960, indispensabile per finanziare politiche di intervento sociale sempre più costose, al primo revisionismo che porterà i principali partiti socialisti a distaccarsi (con risultati altalenanti) gradualmente dalla retorica marxista e comunista e ad avvicinarsi alla comunità Europea che avevano sempre visto, per diverse ragioni, con sospetto, l’epoca della grande contestazione e della grande crisi che investe la sinistra per i radicali cambiamenti sociali avvenuti decennio (l’esponenziale aumento dell’educazione, che aveva finito per creare una giovane generazione dai contrastanti ideali, il progressivo spostamento della forza lavoro verso il terziario, verso una maggioranza “deproletarizzata” la nascita o il revival di nuovi movimenti politici dedicati ai diritti civili e all’ambiente), la fine del boom e la conseguente necessità di un nuovo consenso sociale in un’epoca non più capace di supportare interamente costose politiche sociali e di progressiva globalizzazione politica, che porterà anche i grandi partiti socialisti tedeschi e inglesi a contenere la spesa pubblica, l’inflazione, l’aumento degli stipendi. La seconda parte del libro cerca di scendere più in dettaglio e di esaminare come anche i piccoli paesi (olanda, belgio, austria) hanno cercato di reagire alla crisi, capitoli dedicati esclusivamente alla sinistra italiana (in particolare del compromesso storico, in cui sembra di sentire Berlinguer anche quando l’autore ha finito le citazioni dalla sua collezione di articoli scritti dallo statista sassarese) e francese, la caduta degli ultimi regimi fascisti in Europa (Grecia, Portogallo, Spagna) e l’importanza della sinistra nel traghettamento di questi stati verso una moderna democrazia europea. Non mancano neanche sezioni in cui parla di argomenti altamenti controversi come il neoliberalismo degli anni 70 e 80 e del Thatcherismo, visti da Sassoon più o meno come la terza venuta dell’Anticristo. L’ultimo capitolo, Epilogue, è un pò deludente visto che invece di cercare di tracciare un percorso futuro del socialismo, l’autore sembra più impegnato a criticare (e a tratti con toni un pò infantili da agitatore) il capitalismo, soprattutto quello Americano.In definitiva, e se passa sopra il fatto che il libro non ha esattamente uno stile brillante e a tratti risulti un pò ambiguo (soprattutto quando è più impegnato a criticare più che ad argomentare, alcune affermazioni statistiche e generali non è chiaro se si riferiscono ad un certo stato o all’Europa)e che Sassoon raramente introduce concetti nuovi o particolarmente significativi, si tratta di un libro utile e largamente documentato anche da un’ampia bibliografia.